Alle radici della “Terza guerra mondiale a pezzi”

Un analisi geopolitica originale del mondo multipolare di Rodolfo Casadei, ispirata da Papa Francesco

Il gesuita di Buenos Aires è certamente un genio di gesti che i media si incaricano di rilanciare in tutto il mondo

Anche chi non si mostra entusiasta della guida della Chiesa cattolica da parte di papa Francesco e non esprime un giudizio favorevole sulle priorità che egli ha assegnato al suo pontificato, non può fare a meno di riconoscere la grande capacità comunicativa verbale e non verbale del pontefice arrivato dall’Argentina. Il gesuita di Buenos Aires è certamente un genio di gesti che i media si incaricano di rilanciare in tutto il mondo, anche presso popoli e culture lontane dalla tradizione cristiana. E ha dimostrato una propensione per brevi frasi o formule che entrano nel linguaggio comune o diventano citazioni ricorrenti nel dibattito pubblico. È il caso dell’espressione «Terza guerra mondiale a pezzi», che propose per la prima volta nell’agosto 2014 di ritorno dal suo viaggio apostolico in Corea del Sud. Un modo colloquiale per esprimere il concetto che le guerre in corso nel mondo sono collegate fra loro, e che nelle guerre locali agiscono normalmente attori internazionali.

Nel febbraio 2014 mi trovavo in Siria per un reportage sul conflitto in corso. Stavo tornando a Damasco da una missione nel nord, nella regione di Tartus, quando alla radio il notiziario serale comunicò che poco prima era scoppiata una bomba a basso potenziale in una via del quartiere di Kassaa, a maggioranza cristiana, causando un morto e una ventina di feriti. La vittima era una ragazzina cristiana ortodossa di 12 anni, Gima, che si trovava a passeggiare su un marciapiedi insieme alla madre e a una sorella. La bomba era stata collocata sul manto stradale accanto al marciapiede, fra due auto, ed era esplosa nell’ora di punta, quando la banchina era affollata di famiglie uscite fuori di casa per la spesa serale. La mattina dopo mi recai a visitare i feriti dell’attacco presso l’ospedale San Luigi dei Francesi, collocato nella stessa via dove era scoppiata la bomba, sull’altro lato della strada. Il caso volle che mi trovassi ad attraversare il corridoio del reparto dove erano ricoverate la mamma e la sorella di Gima, ferite nell’attentato, nel momento stesso in cui veniva comunicato alla donna che sua figlia non era sopravvissuta. Un disperato pianto di madre eruppe e si diffuse tutto intorno. Le persone riunite in un capannello davanti alla stanza abbassarono lo sguardo verso terra. Tutte tranne una. Un uomo si staccò dal gruppo e mi venne incontro, come se mi conoscesse e avesse qualcosa da dirmi. Era il padre di Gima.

Mi apostrofò come fossi un nemico: «Perché attaccate i civili?”

Mi apostrofò come fossi un nemico: «Perché attaccate i civili? Se ce l’avete col regime, fate la guerra contro l’esercito, contro la polizia. Lasciate stare i bambini! Questo è successo per colpa dell’Europa, per colpa dell’America!». Lo abbracciai fremendo, per placarlo e per condividere il suo dolore. Non si sciolse minimamente. Rimase  rigido come un oggetto inanimato e pianse sommessamente. Si avvicinò anche uno zio della bambina uccisa. Parlò con dignità, contenendosi a fatica, ma con parole durissime: «Voi siete dalla parte della cultura della morte. Noi difendiamo la cultura della vita».

Perché rievoco questa storia? Perché introduce perfettamente un ragionamento sul concetto di «terza guerra mondiale a pezzi» formulato da papa Francesco, cioè sul fatto che i conflitti bellici attualmente in corso sono collegati fra di loro. Gima è stata una delle 13 mila vittime delle dieci campagne militari condotte nel Governatorato di Damasco fra il 3 novembre 2011 e il 14 aprile 2018. È una delle 13 mila ma non è un numero: è un nome, un volto e una storia. Ha avuto un padre, una madre, delle sorelle e degli zii. E in secondo luogo, ho raccontato questa storia perché dimostra che la gente comune, i civili che sono le vittime innocenti delle guerre, sono perfettamente consapevoli che i conflitti locali sono collegati in un’unica guerra mondiale dove tutti siamo coinvolti: ai loro occhi un giornalista italiano non è un osservatore imparziale, è una parte in causa; perché il suo governo ha sostenuto i ribelli che combattevano contro il loro governo, ha applicato e continua oggi ad applicare sanzioni economiche contro il loro paese. L’Italia partecipa a una coalizione internazionale che ha un ruolo nella guerra civile siriana dalla parte dei ribelli, così come altri paesi partecipano a un’altra coalizione dalla parte dei governativi. In Siria, in Iraq, nelle regioni del Medio Oriente abitate dai curdi, nello Yemen, in Ucraina, in Afghanistan, in Libia, anche i ragazzini sanno che il conflitto che investe il loro paese è parte di una «terza guerra mondiale a pezzi», e sanno chi sta dalla parte di chi.

Come siamo arrivati a questo?

Come siamo arrivati a questo? Ci siamo arrivati per una crisi del sistema dei rapporti di forza a livello internazionale. Esistono solo due modelli di equilibrio nei rapporti internazionali, due assetti che garantiscono la pace fra le nazioni: l’equilibrio di potenza e l’assetto egemonico. L’equilibrio di potenza presuppone un mondo multipolare, dove un certo numero di potenze si condizionano fra loro perché nessuna diventi dominante sulle altre; l’assetto egemonico presuppone un mondo unipolare, dove una nazione o un impero è molto più potente degli altri stati, e condiziona le loro politiche. Si dice allora che quella nazione o quell’impero sono egemoni. Sia l’equilibrio di potenza che il predominio di una potenza egemone possono garantire la pace nel mondo – naturalmente una pace relativa. L’egemonia dell’Impero Romano al culmine del suo splendore ha garantito una relativa pace, la Pax Romana o Pax Augustea, per quasi due secoli, dall’ascesa al potere di Cesare Augusto alla morte di Marco Aurelio; l’equilibrio di potenza regolato dal Congresso di Vienna ha garantito la pace all’Europa dal 1815 al 1848; allo stesso modo l’equilibrio di potenza regolato dalla Conferenza di Berlino ha reso possibile 44 anni di pace nell’Europa centrale e occidentale fra il 1871 e il 1914: il periodo conosciuto come la Belle Èpoque. Le guerre scoppiano quando l’egemone viene sfidato da un aspirante egemone, o quando l’egemone va in crisi per sue proprie debolezze, o quando uno degli attori del sistema di equilibrio di potenza decide di rompere l’equilibrio per mirare all’egemonia.

Oggi ci troviamo in una di queste crisi: la potenza egemone, gli Stati Uniti, sta perdendo la sua capacità di controllo sull’ordine internazionale, emergono degli sfidanti, il sistema si muove in direzione dell’equilibrio di potenza, la ricerca del nuovo equilibrio passa attraverso sanguinosi squilibri.

Il mondo non è stato sempre unipolare, gli Stati Uniti non sono sempre stati il centro del mondo. Al contrario, in epoca moderna il mondo è stato quasi sempre multipolare. Il mondo multipolare è nato nel 1648 con la pace di Westfalia, che pose fine al secolo delle guerre di religione in Europa. Coi trattati della pace di Westfalia viene sancito il principio della non interferenza negli affari di un altro stato, che a quel tempo si attuava principalmente attraverso il sostegno politico-militare che un sovrano forniva a personalità e gruppi di un altro stato a lui affini per confessione religiosa. Con la pace di Westfalia si inaugura l’era della pace di equilibrio, che durerà trecento anni. In Europa si combatteranno ancora molte guerre nei secoli successivi, ma nessuna di esse metterà radicalmente in discussione il sistema, tranne che al tempo delle guerre napoleoniche. Sventato il tentativo imperiale di Napoleone, l’Europa continentale torna ad essere uno spazio politico entro il quale si affrontano in un turbolento ma durevole equilibrio, la Francia, l’Impero austro-ungarico, la Russia zarista e l’Impero ottomano.

In realtà nei tre secoli successivi a Westfalia un egemone emerge, ed è l’Inghilterra, la Corona britannica. Ma è un egemone di un tipo particolare. Esercita la sua egemonia a livello globale, attraverso i commerci, il controllo dei mari e la colonizzazione di vaste aree di tutti i continenti, ma riguardo all’Europa continentale non esercita un’egemonia. Al contrario, esercita una funzione anti-egemonica: il ruolo storico dell’Inghilterra in Europa è stato quello di impedire l’emergere di un egemone nell’Europa continentale. Per proteggere se stessa e la propria egemonia extra-europea, l’Inghilterra ha sempre agito per impedire che sorgesse un egemone sul continente: che si chiamasse Napoleone o che si chiamasse Hitler o che si chiamasse Stalin, l’Inghilterra li ha sempre combattuti. Anche la Brexit può essere interpretata come un’azione anti-egemonica: Londra non ci sta a un’Unione Europea al servizio dell’egemonia bottegaia della Germania.

Ieri come oggi, il problema dell’Europa è la Germania.

Ieri come oggi, il problema dell’Europa è la Germania. Grazie a Dio non è più la Germania della Wehrmacht e delle SS; però è la Germania del mostruoso avanzo di bilancia commerciale che squilibra l’area dell’euro e che alimenta un’egemonia bottegaia. Tornando al passato, è proprio l’apparizione della Germania unificata sulla scena europea che compromette definitivamente la pace di equilibrio. La Germania unificata, con le sue grandi ambizioni, si rivelerà semplicemente troppo grossa per poter essere contenuta. Il risultato saranno due Guerre mondiali che in realtà sono state guerre civili europee. Ma ad esse non è seguita una nuova pace di Westfalia, è seguita quella che per comodità chiamiamo la spartizione di Yalta e poi la Guerra Fredda fra due coalizioni guidate da Unione Sovietica e Stati Uniti.

L’ascesa della potenza degli Stati Uniti coincide con la crisi del sistema europeo della pace di equilibrio. Nel giro di venticinque anni gli Stati Uniti sono stati chiamati due volte dalle democrazie europee a salvare il continente da altrettanti tentativi egemonici di origine tedesca. E tutte e due le volte il loro intervento ha fatto, alla fine, la differenza. Sulle rovine della Seconda Guerra mondiale è nato il nuovo ordine mondiale. Al sistema della pace d’equilibrio multipolare, garantita dall’azione anti-egemonica dell’Inghilterra, si è sostituito un ordine bipolare imperniato su Stati Uniti e Unione Sovietica, i quali contemporaneamente esercitavano un ruolo egemonico ciascuno all’interno della sua sfera di influenza. Dunque pace d’equilibrio a livello globale, pace egemonica all’interno di ciascuno dei due blocchi.

L’ordine bipolare, lo sappiamo, è durato dal 1945 al 1989, quando l’Unione Sovietica è implosa. In quel periodo ci sono state sanguinose guerre periferiche, ma nessuna guerra su suolo europeo, americano o russo. Determinante per evitare lo scoppio di una Terza Guerra mondiale è stato l’equilibrio del terrore, fondato sulle armi atomiche a disposizione di Usa e Urss; determinante è stato il concetto di reciproca distruzione assicurata.

L’ordine bipolare è terminato nel 1989 ed è stato sostituito da un ordine unipolare egemonico, come ai tempi dell’Impero Romano; stavolta al posto di Roma ci sono stati gli Stati Uniti. Ma mentre la pax romana è durata 200 anni, la pax americana è durata meno di vent’anni. L’egemonia degli Usa è entrata in crisi, e se vogliamo fissare una data simbolo di questo inizio di crisi, inevitabilmente dobbiamo pensare al 2007: è l’anno in cui comincia la crisi finanziaria mondiale innescata dalla crisi dei mutui sub-prime ed è l’anno in cui comincia il ritiro delle truppe americane dall’Irak. Gli Usa hanno condotto due guerre per consolidare la loro egemonia, quella in Irak e quella in Afghanistan, ma non hanno vinto nessuna delle due. Oggi l’Iraq è sotto l’influenza dell’Iran, che è uno degli avversari degli Stati Uniti, mentre l’Afghanistan è instabile perché il principale alleato degli Usa nella regione, cioè il Pakistan, in realtà sta dalla parte dei talebani e ha boicottato tutti gli sforzi di stabilizzazione dell’Afghanistan da parte di Usa e alleati.

Dal punto di vista dell’economia gli Usa si sono ripresi dalla crisi finanziaria del 2007-2008, che come al solito hanno esportato in tutto il mondo, ma al prezzo di portare alle stelle il loro indebitamento. Oggi il debito pubblico degli Stati Uniti è pari a 22 mila miliardi di dollari, cioè il 105,4% del Pil. Nel 2008 era del 67,7 %: in dieci anni è cresciuto di 38 punti percentuali (quello italiano nello stesso periodo è cresciuto di 29 punti). In queste condizioni gli Usa si sono trovati ad affrontare un nuovo sfidante per l’egemonia: non più la Russia, che è tornata sì sul ring ma solo per una sfida regionale nell’area compresa fra l’Europa e il Medio Oriente, ma la Cina. La Cina, come la Russia e altri paesi, parla di mondo multipolare, ma in realtà aspira all’egemonia, aspira a prendere il posto degli Stati Uniti. Nel 1987 il Pil americano era il 28 per cento di tutto il Pil mondiale, quello della Cina era l’1,6 per cento del totale mondiale. Oggi il Pil americano è il 24 per cento del totale mondiale, quello della Cina è il 16 per cento. Nel 2030 il Pil della Cina sorpasserà quello degli Stati Uniti. Nel frattempo la Cina sta estendendo la sua influenza soprattutto in Asia, in Africa e nei Balcani non con le armi, ma con le infrastrutture e con la trappola dell’indebitamento: la Cina lega a sé i paesi in parte con investimenti e in parte con prestiti per la costruzione di infrastrutture che poi legano politicamente alla Cina il paese che li deve rimborsare.

Per affrontare la sfida della Cina, gli Stati Uniti devono spostare il baricentro del loro impegno militare e geopolitico dall’Europa e dal Medio Oriente all’Asia. Ecco allora che chiedono agli alleati europei nella Nato di aumentare la loro partecipazione alle spese militari, che oggi ricadono per la maggior parte sugli Usa. Ma soprattutto gli Usa hanno ritirato truppe e altre ne ritireranno in quell’area di crisi che va dalla Libia all’Afghanistan. In Siria ci sono 2 mila militari Usa e ne resteranno 200, secondo quello che ha deciso il presidente Donald Trump; in Afghanistan i 14 mila soldati americani presenti si ritireranno nei prossimi 18 mesi (erano 30 mila durante la presidenza Obama); in Iraq ci sono 5.200 soldati americani, ce n’erano 170 mila ancora nel 2007. Gli Usa se ne vanno e subappaltano i loro interessi ad alcuni paesi della regione, principalmente Israele e l’Arabia Saudita. Ma il vuoto che gli Usa lasciano nella regione invoglia la competizione di altri paesi che mirano all’egemonia regionale o comunque a estendere la loro influenza in quella che sotto il presidente George William Bush era l’area dove gli Usa avrebbero esportato la democrazia con le armi così come l’avevano esportata in Europa nel 1945. I paesi che competono per ritagliarsi una sfera di influenza nella regione che va dalla Libia all’Afghanistan sui resti di quella che fu l’egemonia americana sono, in ordine alfabetico: Arabia Saudita, Francia, Iran, Qatar, Russia, Turchia. Israele svolge il ruolo che ha svolto in Europa l’Inghilterra: è il paese che svolge un’azione anti-egemonica, agisce in modo che non emerga un egemone nella regione di cui è parte.

Lasciando da parte l’Afghanistan, le altre tre guerre che attualmente si combattono nella regione –in Libia, in Siria e nello Yemen- sono guerre civili internazionalizzate. La guerra fra gli attori locali non sarebbe così virulenta se dietro non ci fossero i soldi, le armi, i soldati, le strategie dei paesi della regione. In Libia col governo Serraj – che è il governo riconosciuto dall’Italia- sono schierate Turchia e Qatar, col generale Haftar della Cirenaica sono schierate Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Francia, Egitto e Russia e adesso pare pure gli Stati Uniti di Donald Trump. In Siria col governo di Bashar el Assad sono schierate Russia, Iran ed Hezbollah libanesi; coi ribelli sono schierati Turchia, Arabia Saudita e Qatar; coi curdi sono schierati americani e francesi, che in precedenza hanno assistito alcuni gruppi anti-Assad.

Il mondo multipolare che sta prendendo il posto della pace egemonica americana è dunque un mondo condannato a guerre perpetue? Lo è nella misura in cui l’essere umano è, come racconta la Bibbia e come hanno chiarito Paolo di Tarso e Agostino di Ippona, l’erede di un peccato originale che lo rende incapace di operare stabilmente il bene e lo sospinge inevitabilmente a fare il male che non vorrebbe. Non lo è, nella misura in cui l’uomo è anche aperto alla logica dell’amicizia. Che è una logica che ha rilevanza politica, perché l’uomo, come diceva Aristotele, è un animale sociale: la società nasce perché l’uomo desidera l’amicizia con le altre persone; poi lo ripeterà in forma poetica Antoine de Saint-Exupery nel Piccolo Principe. “Soyez mes amis, je suis seul.”, grida il Piccolo Principe dalla cima di una montagna non appena è tornato sulla Terra. In quel grido si rivela la natura umana più profonda, non soffocata dalla volontà di potenza: l’uomo desidera non solo vivere in pace, ma avere legami affettivi con gli altri esseri umani.

Rodolfo Casadei